MAURIZIO CUCCHI
Vite pulviscolari ( Mondadori Ed.)
Maurizio Cucchi (Milano 1945) è uno dei nostri poeti più affermati. Ha esordito a soli trent’anni con Il disperso, subito accolto da importanti e numerosi consensi critici.
Successivamente sono apparse altre sue raccolte: Le meraviglie dell’acqua (1980), Donna del gioco (1987), Poesia della fonte (1993) e Per un secondo o un secolo (2003) tutte edite da Mondadori, quindi il romanzo Il male è nelle cose (2005), le prose La traversata di Milano (2007) e il testo in versi per il teatro Jeanne d’Arc e il suo doppio (2008).
Tra i migliori riconoscimenti cha ha ottenuto, ricordiamo il premio Viareggio (1983) e il premio Montale (1993).
Traduttore dal francese, in particolare di Stendhal, e critico letterario, ha curato il Dizionario della poesia italiana (Mondadori 1983 e 1990) e, con Stefano Giovanardi, l’antologia Poeti italiani del secondo Novecento (1996, nuova ed. 2004).
Con Vite pulviscolari, Maurizio Cucchi ha cambiato rotta e il suo umanesimo freddo, intelligente, insofferente, vagamente beffardo - o altrimenti, la sua sofferente ironia - si sono inoltrati in un territorio di confine. In effetti, l’umano e “inevitabile magone” del Disperso è divenuto qui “bolla definitiva d’aria”; il sensibile, doloroso versarsi, travasarsi - di sé - “nel niente” dell’Ultimo viaggio di Gleen si è chiarito nel pensiero poetico fondamentale: “che cos’è / il nulla?”. Se “metafisica” è innanzitutto esplorazione del confine tra esistente e non esistente, sguardo sui concetti primi, visione della struttura del mondo, Cucchi con il suo cadenzato passo feriale si è alfine incamminato nella metafisica: disintegrando ogni retorica - dei sentimenti, della natura, della vita, dello spirito, degli oggetti stessi, lontani e avviliti “senza traccia né attrito” - e negando tutte le oppugnabili rassicurazioni della psiche, riscontra su quella via la forma di ciò che è o fu uomo o donna, come un’informazione che sbuca “viva / o superstite, integra / emersa da un nero immenso tutto”. E’ il tu madre-padre-moglie che recando consolazione viene al mondo, “in quel poco tempo che è il mondo”, o sta per allontanarsene, stillante di mistero, a un passo dal nulla non nominabile (o dal nero tutto) e a un passo dalla vita. E’ la “storia…ingiustamente accidentata” di una piccola donna “gaia e turbata”, “piccola madre” retrocessa al non essere, che all’improvviso da quel buio confine si sporge, amorosa, come da una finestra fiorita.
E’ l’antica ribellione “astratta, totale” di un essere chiuso nella sua insufficiente forma umana e l’attuale, clamoroso “grazie” del figlio di fronte a quella stessa forma…Ma questa temeraria poesia di Cucchi, in bilico tra cielo e “terra da mangiare”, “felice attrito / col mondo” e nulla sdrucciolevole, è anche una poesia scritta “per rimanere insieme ancora un po’”- umanamente, uomini e mondo - e per trattenere il mondo in sé, nonostante il “sopore negativo” e la “noia delle circostanze”: custodire la forma-mondo come il bene sovrano, nella sua stessa difforme struttura e nella sua vocazione ultima alla difformità.
Giorgio Ficara