Dicembre 1989: due giorni a Venezia con Iosif. E la cena nella casa dove aveva vissuto Byron

Dicembre 1989: due giorni a Venezia con Iosif. E la cena nella casa dove aveva vissuto Byron

 

A 20 ANNI dalla morte del PREMIO NOBEL

Dicembre 1989: due giorni a Venezia con Iosif. E la cena nella casa dove aveva vissuto Byron

Il ricordo di Anatolij Naiman e lincontro con i tre inglesi:"un uomo una donna vistosamente incinta e quella che incinta non era".

di ANATOLIJ NAJMAN

Era il 1989, mi pare. Con Iosif trascorremmo due giorni insieme, a Venezia. Sei mesi prima gli avevo detto che in dicembre mi avevano invitato a un convegno a Torino; risultò che in quelle stesse giornate lui sarebbe stato a Venezia, dove era atteso per presentare Fondamenta degli Incurabili, uscito da poco. Propose di vedersi e fissammo la data. In dicembre Venezia è deserta, diversa rispetto all’estate: spazi ampi, piazze e calli vuote, si può andare dove si vuole e non dove vanno tutti. Per prima cosa mi portò al caffè Florian. Gli amici italiani mi avevano avvertito sin dalla prima volta: se capiti in piazza San Marco, evita il Florian, che ci vogliono centomila lire solo per passarci accanto. Brodskij ordinò un caffè; io ebbi persino timore di sbirciare la lista e chiesi un tè. Mi portarono un cilindro di vetro colmo di una bevanda ghiacciata e giallastra; scoprii che avrei dovuto specificare al cameriere che lo volevo caldo. Il cameriere (che a suo tempo doveva avere servito Byron, tutti i Dogi e forse persino San Marco quando ancora era un apostolo) mi guardò come si guarda una cosa persino più insulsa di una tazza di tè. Nel frattempo erano entrati tre inglesi, un uomo e due donne, tutti fra i trenta e i quarant’anni, tutti di una bellezza non comune. L’uomo aveva un gilè a fiori che poteva essere tranquillamente uscito dalle mani di Botticelli, entrambe le donne indossavano cappelli neri a tesa larghissima; una era vistosamente incinta. Tutti e tre baciarono Brodskij, una delle donne baciò anche me. Iosif chiese che cosa volevano bere. Per un attimo la domanda li lasciò come interdetti, poi l’uomo ordinò un whisky. Così pure la donna incinta – sua moglie, scoprii – e quella che incinta non era. Iosif pagò (una fortuna, se i miei amici non mentivano),  «arrivederci», ci furono altri baci (questa volta tutti baciarono anche me) e ce ne andammo. La giornata era fredda, l’aria perlacea, ogni tanto ci fermavamo per una tazza di caffè o un bicchierino di grappa con qualche fetta di salame campagnolo e un po’ piccante.

Brodskij mi conduceva per calli che conoscevo e callette in cui non avrei mai messo piede di mia volontà. Nella chiesa di san Zaccaria infilò una moneta in un aggeggio per illuminare Bellini: un gruppo di Santi vestiti di paramenti rossi a morbide falde. Ne subisco il fascino da quando ero giovane: un mio amico pittore – un nostro amico, mio e di Iosif – amava e sapeva dipingere sipari, tende e copri porta. E mentre pensavo che no, le sue tende non reggevano il confronto con i paramenti di Bellini, risuonò l’«Eh, no…» di Brodskij. Che proseguì: «Tizio (e disse il nome del nostro comune amico) proprio non regge il confronto, vero?». Poi infilò una seconda moneta in un’altra fessura e mi chiamò a osservare il dipinto sulla parete opposta, a distanza. Intanto il trio inglese spuntava in fondo a ogni calle che incrociavamo. Era automatico. Ogni volta ci urlavano «O-oooo!» (sempre a sproposito) e ci salutavano platealmente, sbracciandosi. Scene alla Evelyn Waugh, insomma. «Alle sette – disse Iosif – ci aspettano a cena». Già a New York aveva detto ai nostri ospiti che avrebbe portato un amico. Con le prime ombre della sera uscimmo sulla laguna; dal canale sbucò subito un motoscafo della polizia che solcava le acque lentamente, ma a sirena spiegata (per puro divertimento, ci scommetterei). Onde evitare quel rumore straziante svoltammo in una calle, ne infilammo un’altra e riguadagnammo il molo costeggiando un canale minore. Altra sirena: un’ambulanza, questa volta. L’interno era illuminato, e quando ci sfilò accanto vedemmo l’uomo che trasportava: era sdraiato su una lettiga, con addosso una coperta o un cappotto. Il motoscafo svoltò per l’ospedale e imboccò il ponte che avevamo appena attraversato. Anche le grandi finestre basse dell’ospedale – a livello della strada – erano accese ma fosche, nella penombra delle calli, e l’accettazione ci offriva senza pudore, torva, quanto conteneva: un’infilata di brande dove, sotto gualdrappe simili, giacevano malati su malati, con qualcuno accanto che si chinava su di loro o si aggirava poco distante. Quando arrivammo alle fondamenta, dal ponticello aguzzo scendeva battendo contro i gradini stondati un carrello spinto da un uomo alto con un grembiule nero e uno sguardo cattivo e ostile. Portava una bara vuota, nera e lucida come una gondola. Il carrello superò senza problemi la schiena del ponte e scese con rumore di metallo. Brodskij scosse la testa come per scacciare un brutto pensiero e puntò su di me i suoi occhi sgranati: «Che cosa vorrà dire?». Poi mi chiese se ero mai stato sull’«Isola dei morti», al cimitero di San Michele. La cena risultò essere per venticinque persone e la casa si rivelò un palazzo con affaccio su diversi canali e svariati cortili interni con e senza piante; uno con un David di Michelangelo, forse persino autentico. La cena (lo scoprii una volta lì) era in onore di Iosif che così bene aveva scritto di Venezia. Tutti furono oltremodo gentili anche con me, suo «amico dei tempi sovietici» e soprattutto suo «amico e poeta» che aveva avuto la fortuna di capitare in un consesso in cui la poesia era apprezzata come meritava. Da uno dei crocchi vidi avvicinarsi gli amici inglesi: l’uomo col gilè, la donna incinta e quella che incinta non era. La bella padrona di casa mi portò nella stanza dove – quanti erano? – un centosettantacinque anni prima o giù di lì aveva vissuto Byron (e da cui, potrei giurarci, aveva raggiunto il Florian). Chiesi dov’era la toilette; la signora mi aprì la porta di una saletta con quadri alle pareti, due tavoli di marmo adorni di fiori secchi e, smarrito, perso in tanto splendore, un water rannicchiato accanto a un meraviglioso lavandino colorato. Fummo divisi in tre tav perché mi avevano chiamato a quel modo, mi chiesero com’è che mi chiamassi, e quando sentirono anatolynajman dissero che qualche dubbio l’avevano avuto, mentre Iosif pronunciava il mio nome, ma con l’oceano in mezzo si erano convinti che Lynajman potesse essere Leonardo. Al mio tavolo trovai due coppie italiane – gente di teatro, come si affrettarono a farmi sapere con nonchalance – che mi interrogarono subito sui teatri di Mosca. Le mie risposte furono sgradevolmente stringate prima di passare al contrattacco e di chiedere – io – se erano attori o registi. La risposta fu un’altra: loro li finanziavano, gli spettacoli. A cena finita ci trasferimmo in un salone dove, qua e là, sul pianoforte, ma anche su un piccolo tavolo da gioco, erano disseminate bottiglie su bottiglie (di vetro veneziano, vorrei credere) colme d’ogni sorta di liquori. La serata scivolò liscia come un treno su binari che, per forza di cose, erano o felliniani (vale a dire che il decolleté a V delle dame e l’ovale della calvizie dei cavalieri cominciò presto a tingersi di rosso e a lasciar trasparire l’età) o tipicamente russi (tra abbracci e pacche sulle spalle di cui eravamo per forza di cose gli istigatori, con gli altri che ci seguivano a ruota con foga mediterranea). I nostri ospiti mi strapparono la promessa di fermarmi in casa loro, se mai fossi tornato a Venezia. Diedi la mia parola, ma a condizione cheoli con camerieri e servitori in guanti bianchi e segnaposto con i nomi accanto ai piatti. Nel mio c’era scritto «Leonardo». Chiesi facessero altrettanto se mai fossero passati per Mosca. Brodskij mi chiese in russo in quale delle tre stanze del mio condominio prefabbricato intendevo ospitarli. Gli risposi che le brandine erano la soluzione a qualunque problema. Anche l’amico inglese mi invitò nella sua tenuta – «tutte le volte che vuole» – e lo confermò porgendomi un biglietto da visita in cui nome e titolo occupavano tre righe intere. La donna che non era incinta risultò essere un’editrice di sole donne e mi chiese chi le raccomandavo di pubblicare oltre a TatjanaTolstaja. Credetti di risultare arguto dicendole che avevo in mente alcuni scrittori ermafroditi, lei rispose che ci avrebbe pensato su, ma che una simile idea meritava comunque un brindisi. La mattina seguente, come sempre capita, non ebbe nulla del giorno che l’aveva preceduta: lavoro, cose da fare, orari da rispettare. Gli amici inglesi erano di nuovo con noi, ma sullo sfondo delle due interviste che Brodskij diede una di seguito all’altra, del servizio fotografico per una rivista per cui gli chiedevano di spostarsi in continuazione e di cambiare posa, della lettera di lavoro scritta sul bancone di un bar mentre mandava giù un caffè e delle decine di telefonate che si accavallavano, parevano anche loro dei barboni. A mezzogiorno Iosif doveva presentare una poetessa russa tradotta e pubblicata di recente in Italia. Molti anni prima, a Leningrado, un’altra poetessa che ringhiava contro il mondo come una gatta selvatica aveva sostenuto che, essendo la poesia una violazione di quanto esiste, da quando esiste deve per forza essere recepita come un crimine, o non è poesia. Aveva talento, la signora, ma soprattutto era una massimalista, il che serviva a rendere i suoi versi più efficaci di quanto avrebbe fatto il suo solo talento. Quella di ritenerla un crimine è una questione di gusto personale, ma la poesia qualcosa deve sicuramente cambiare nel mondo. I versi della poetessa tradotta in italiano non cambiavano nulla. Le parole scivolavano via, dalla prima all’ultima, senza che nulla succedesse; nulla cambiava, pagina dopo pagina. Sul ponte che conduceva all’ingresso della sede riservata alla presentazione gli dissi che andavo a fare una passeggiata e che ci saremmo visti dopo. Lui diede un ultimo tiro alla sigaretta e bofonchiò: «No, no, un verso o due si salvano». Ma più per convincere se stesso. Il giorno prima ci eravamo divertiti di più. Anzi, a volerla dire tutta, il giorno prima ci eravamo divertiti. Quello dopo, no. A. N.

 (Traduzione di Claudia Zonghetti)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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