IIC nel mondo: senza fondi da destinare alle relazioni con gli altri Paesi

IIC nel mondo: senza fondi da destinare alle relazioni con gli altri Paesi
Fotografia di Ferdinando Scianna

di GIUSEPPE MANICA

Istituti italiani di Cultura, capitolo secondo. Un buon prodotto culturale, per dirla con un’espressione cara agli economisti, dovrebbe essere il risultato di un fruttuoso incontro tra domanda ed offerta. Ciò vale ancor più per l’estero, dove il fine è quello di tenere alta l’immagine del nostro Paese. È quindi necessario capire innanzitutto che cosa viene richiesto dal Paese ospitante, per proporre un’offerta culturale capace di corrispondere alle aspettative del pubblico locale. Sotto questo aspetto, ci vengono in aiuto quei principi che trovano nel Project management culturale le professionalità necessarie per la corretta gestione di un progetto. Non è un caso che già da tempo atenei, enti locali ed istituzioni private organizzino corsi di formazione per queste figure manageriali, capaci di seguire le fasi che vanno dall’ideazione del progetto, alla pianificazione (programmazione, piano economico-finanziario), alla esecuzione (gestione organizzativa degli aspetti economico-finanziari, degli aspetti logistici, della comunicazione) e al suo completamento (operazioni di chiusura e verifica dei risultati). Sarebbe anche auspicabile che l’Istituto Diplomatico, preposto dal Ministero degli Affari Esteri alla formazione del proprio personale, privilegiasse per i funzionari dell’area della promozione culturale l’organizzazione di questo tipo di corsi; senza competenze di marketing e capacità organizzative, infatti, molti progetti sono destinati a non conseguire all’estero i consensi che meriterebbero. Si pensi alla presentazione all’estero del libro di uno scrittore di successo nel nostro Paese. Va da sé che occorrerebbe individuare in via preliminare un editore locale disponibile, anche attraverso un eventuale sostegno, a farsi carico della traduzione e pubblicazione nella lingua del Paese ospitante. La scelta poi di una giusta sede e il coinvolgimento di critici letterari italiani e stranieri, da affiancare allo scrittore al momento della presentazione del libro, sono aspetti altrettanto importanti. I fallimenti più rilevanti sono quelli connessi con progetti di vasta portata come rassegne cinematografiche, eventi espositivi, produzioni teatrali, per i quali la scelta di una sede non idonea o il mancato coinvolgimento delle autorità locali e dei mezzi di comunicazione potrebbero comportare una scarsa affluenza di pubblico o poca attenzione da parte della stampa. Si potrà obiettare che le risorse a sostegno della nostra promozione culturale all’estero, già molto scarse, sono state ulteriormente ridotte nell’attuale fase di crisi, ma proprio per questo potrebbe risultare quanto mai opportuno puntare su pochi ma importanti progetti da far conoscere in aree geografiche affini. Sarebbe inoltre importante il sostegno di istituzioni come le Camere di commercio, gli Istituti di credito, gli uffici Ice e quelli di rappresentanza delle Regioni italiane a Bruxelles, nonché gli stessi enti locali italiani. È bene ricordare che investire in formazione e quindi in cultura porta lontano: economia e cultura dovrebbero costituire un binomio inscindibile su cui costruire una più fitta rete di relazioni con gli altri Paesi. 

Ne potrebbero conseguire vantaggi anche per le nostre aziende, sempre alla ricerca di nuovi mercati. Secondo quanto si apprende dal Rapporto 2012 sull’industria culturale in Italia, elaborato da Symbola e Unioncamere, la cultura frutta al nostro Paese il 5,4% della ricchezza prodotta, vale a dire quasi 76 miliardi di euro e dà lavoro a un milione e 400mila persone. Se poi si allarga lo sguardo, spaziando dalle imprese che producono cultura in senso stretto – industrie culturali e creative, patrimonio storico-artistico e architettonico, performing art e arti visive – a tutti i comparti del settore, il valore aggiunto del prodotto si eleva al 15% totale dell’economia nazionale e impiega ben 4 milioni e mezzo di persone, il 18,1% degli occupati totali. «Sono questi dei dati confortanti – come hanno giustamente rilevato i responsabili di Symbola e Unioncamere – che testimoniano quanto incida il peso della cultura nell’economia italiana, a dispetto di chi la descrive come un settore non strategico e rivolto al passato, dati che dànno ragione a chi invece la considera una delle leve per ridare ossigeno ad un Paese messo a dura prova dalla perdurante crisi».

Tratto da pp. 20-21 della Rivista n. 25/2013

 

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