Adonis e il garbo delle nuvole

Adonis e il garbo delle nuvole
Il nuovo libro del poeta arabo

 La collana «Voci dal mondo» – che la Es pubblica in collaborazione con il Pen Club Italia – si arricchisce di un terzo titolo: L’orizzonte mi insegnò il garbo delle nuvole di Adonis (membro del Pen Italia), tradotto da Hadam Houdghiri, con scritti di Youssef Ziedan e Sebastiano Grasso; e dieci disegni di Kengiro Azuma.

 di Marina Giaveri

 In un tempo in cui dal vicino Oriente sembra giungere a noi – come nera nuvola gravida di calamità – il messaggio di un fanatismo religioso che ci ricorda il Medio Evo e le sue sanguinose crociate, è mirabile e sorprendente che da quelle stesse terre ci pervenga la voce della poesia più lucidamente laica e generosamente illuministica. 

È quella di Adonis, il maggiore poeta del mondo arabo (e non solo arabo), di cui L’orizzonte mi insegnò il garbo delle nuvole disegna il più recente percorso biografico ed estetico. La Siria che gli ha dato i natali si sta sgretolando nell’orrore: di decennio in decennio, Adonis ha visto e percorso luoghi ospitali e terre d’esilio, sempre fedele alla sua lingua, sempre aperto a una visione universale fatta di intelligenza e di tolleranza. Ora – dalla Parigi in cui ha scelto di vivere, ma anche dalle tante città in cui lo porta la fama – conta i suoi passi e rivede i suoi luoghi. E sono soprattutto i luoghi della giovinezza che si riaffacciano con implacabile precisione: palme e sabbia, sole e vento, e lontane figure amate. Il passato rivive nel mistero della pagina: la riflessione sulla mappa del mondo coincide con lo spazio in cui si misura il poeta, inventando la vita o sigillando la morte. Ma se i passi e gli anni si moltiplicano, una presenza riemerge sempre dal viaggio delle parole: è una mirabile presenza femminile, evocata, assaporata e penetrata, poiché Adonis, come già sanno i suoi lettori italiani, è (anche) poeta dell’amore. Se dal vicino Oriente giungono i gridi del fondamentalismo religioso e del disprezzo per la donna, ricordiamo che è dallo stesso Oriente che – nel lontano Medio Evo in cui sono nate le nostre lingue e identità – ci è pervenuta quella visione femminile che ha potuto incarnare nei secoli il tormento della passione e insieme la sua sublimazione mistica. L’amore «da lungi», la «belle Dame sans merci», la «Beatrice» che ispira, dispera o guida di cielo in cielo fino all’«Amor che move il sole e l’altre stelle» sono stati doni preziosi filtrati dalla lingua araba e dalle sue traduzioni. In Adonis, certo, diverso e squisitamente contemporaneo è il senso dell’Eros. Attraverso le stagioni della sua vita – i viaggi e le scoperte, l’impegno e la sfida civile – la figura di donna cui si rivolge è seduttivamente carnale: qui ci giunge attraverso sensi squisitamente designati («Il suo profumo mi giunse scalzo»), o grazie a metafore la cui ricchezza rende anche la traduzione dall’arabo in italiano sontuosa e precisa. La figura femminile è un «tu» cui il poeta si volge con fiducia e giubilazione: compagna di viaggio, immagine delle città percorse, patria del corpo e della mente. Anche questa tarda stagione (Adonis ha forse l’età di Omero) è abitata da forme femminili, che segnano e confortano lo scorrere stesso del tempo: «Conterò le mie rughe questa mattina, le donne che / vi si nascondono / e fra di loro colei che viaggia ancora / nei confini della mia anima?»

M. G.

 si consulti la rivista del Pen n. 28 luglio-settembre 2014

 

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