DIECI ANNI FA MORIVA LO SCRITTORE COLOMBIANO PREMIO NOBEL E MEMBRO DEL PEN CLUB

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Gabo, guardando a Mussorgsky

 di RAFAEL MARZIANO TINOCO

Un secolo e mezzo addietro (1874) Modest Mussorgsky ha composto Quadri di un’esposizione, viaggio musicale attraverso una galleria immaginaria, che a coloro che conoscono solo l’opera per pianoforte non resta che indovinare dietro le note. Anni dopo, Maurice Ravel ha completato il lavoro di Mussorgsky e ha trascritto l’opera per una grande orchestra, stabilendo le linee guida della tecnica dell’orchestrazione moderna. Questa doppia trasgressione – del mezzo artistico e dello strumento – pone le difficoltà intrinseche di ogni traduzione: dire una cosa in un modo che potrebbe essere stato detto in un altro. Ne El jardín de los eunucos Adolfo Castañón scrive che «una buona traduzione sembra buona anche se non è una traduzione, ma un’invenzione dell’originale. In altre parole, l’armonia, la precisione con cui il testo si adatta a un contesto, rendono superfluo il testo stesso». Arturo Ripstein, che ha iniziato la sua carriera con Tempo di morire (1965) di Gabriel García Márquez, anni dopo portò sullo schermo un altro dei suoi film, Nessuno scrive al colonnello (1999), ricostruzione preziosa e meticolosa dell’opera letteraria. Fondatore della Scuola di Cinema di San Antonio de los Baños, García Márquez ha seguito con attenzione l’iter delle sue numerose storie adattate al cinema. Ma, ignorando la raccomandazione di Castañón, senza mai prescindere dal testo originale. Penso quindi a Günter Grass, che ha aspettato venti anni prima di permettere a Volker Schlöndorf di filmare i primi due terzi del suo romanzo Il tamburo di latta, cioè filmare ciò che era possibile ed escludere il resto: la riflessione sul destino della Germania del convalescente Oskar. Un luogo comune sciocco e trito affermava che García Márquez avrebbe solo raccolto un realismo magico che vagava liberamente per i sentieri del nostro continente. Nulla di più falso. Il suo è deicidio, la sua è visione mitica, distruzione del tempo, creazione di un intero mondo senza il quale il realismo diventerebbe quella melma infelice che opprime le nostre vite. Ma Ripstein percorre con attenzione le linee di García Márquez e le ricrea minuziosamente una dopo l’altra. Prescindendo dalla vicenda, resta con il testo, con un involucro che ci risulta estraneo, che ci fa richiedere l’intervento della memoria dell’opera originale per godere di ciò che abbiamo di fronte: un vecchio che non è mai potuto diventare colonnello di niente, un paese sporco come tanti, l’attesa di un assegno della previdenza sociale o una sceneggiata sentimentale della prostituta ricca che segretamente aiuta la moglie povera del colonnello – conserva dolci e lattine di sardine –, scena degna di qualsiasi soap opera lacrimevole degli anni 50. Forse l’opera di García Márquez non può essere tradotta in film. O forse occorre che passino più di cent’anni affinché qualcuno, tralasciando coraggio e talento, distrugga la sua opera per restituircela di nuovo, di nuovo viva.

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